Bestie di Scena è stato presentato nella scorsa stagione teatrale al Piccolo Teatro Strehler di Milano (28 febbraio - 19 marzo) dividendo il pubblico e la critica tra chi lo ha amato e chi lo ha ritenuto una provocazione sterile. Dal 13 al 22 ottobre è arrivato al Teatro Argentina e con le luci accese in platea si sente dire da una signora “è questo lo spettacolo?”.

Gli attori in tuta da ginnastica sono in scena che si riscaldano, sembra di spiare le loro prove e capisco bene che questo è inusuale per gli abbonati al Teatro Argentina.

Per comprendere Bestie di scena è importante vedere chi sono gli spettatori, a chi è indirizzato e con questo sarà possibile comprendere meglio perché divide tanto.

Lo spettacolo è in effetti una provocazione ossia “chiamare fuori”, irritare, determinare una reazione, quindi creare una situazione poco confortevole, nella quale il soggetto deve mettersi in discussione.

Ciò che viene preso in oggetto è la situazione lavorativa degli attori e se vogliamo il concetto stesso di spettacolo.

Il pubblico cosa cerca a teatro? Un’esibizione che lo faccia divertire, emozionare, pensare, che lo faccia sentire a proprio agio o che lo sconvolga. Il teatro può essere un passatempo o una catarsi, spesso la prima è quella più ricercata a scapito del valore insito in questo mezzo artistico. Di solito è il pubblico borghese, “degli abbonati” che cerca un teatro tradizionale, di fama e meno affamato, che rischia di essere di bell’aspetto, senza più riuscire a comunicare niente, neanche portando testi d’autore.

Così i registi e gli attori che provano a sperimentare, a investigare nuovi strumenti di comunicazione, a mettersi a nudo, restano relegati nei piccoli teatri, senza sostegno alcuno e senza pubblico il loro spettacolo diventa un soliloquio.

Così gli artisti devono lottare contro la propria etica, piegandosi a un sistema che li vuole solo in determinati ruoli, sottopagati, poco tutelati, quasi abbandonati.

Bestie di scena affronta questa realtà, che invece di raccontare, la mostra, ne dà una prova empirica. Per questo l’accusa è “come puoi criticare qualcosa che attui? Se l’attore è maltrattato, perché gli riservi lo stesso trattamento?”

Da una parte questo ha attirato l’attenzione su di sé, questo cane che si morde la coda ha incuriosito un po' tutti, perciò un risultato lo ha raggiunto. Dall’altra non possiamo limitarci a questo, Bestie di scena non è semplicemente un gruppo di attori nudi sul palco.

Nella danza contemporanea vediamo spesso ballerini senza vestiti e la consideriamo arte, accettiamo il linguaggio (non tutti, ovviamente), andiamo oltre.

Ecco, l’opera di Emma Dante non è teatro di prosa, più vicina alla danza, meno alla parola, comunica con il corpo e non con le parole.

Le membra dell’attore qui non sono veicolo della voce, bensì comunicatori diretti, senza intermediari, forti. I corpi sono come degli specchi, ognuno ritrova se stesso: più basso, più grasso, più giovane, più stanco, più debole. Siamo noi sul palco, noi che deridiamo e noi che siamo derisi, noi che giudichiamo e noi che proviamo vergogna: siamo soggetti e oggetti della provocazione.

Bestie di scena non testimonia soltanto la condizione dell’attore, ma quella stessa del pubblico. Se noi guardiamo il palco, il palco guarda la platea ed entrambi ci riconosciamo nei nostri limiti e nelle nostre debolezze.

Spogliati dei propri indumenti, coperti come Adamo ed Eva, con le mani, i protagonisti un po' increduli e un po' intimoriti vengono in proscenio. Da questo momento sul palco vengono gettati degli strumenti, che poi possono essere tolti dall’uso di una corda a cui sono legati. L’acqua arriva, li disseta e sparisce, li lava e sparisce, li fa scivolare e sparisce, fa loro riprendere coscienza e li riabbandona lì. Poi ci sono degli oggetti che attivano in alcuni una rimembranza di un ruolo: la ballerina, lo spadaccino, lo scimpanzè, il rissoso. Entrano in loop come matti a reiterare dei gesti e ne escono solo con l’aiuto degli altri, da questo trance d’attore.

Vediamo dei personaggi che non riescono ad andare oltre ai loro ruoli, un pubblico pronto a giudicarli, una macchina che li comprime sul palco, governandoli come marionette. Un ritratto infelice della situazione teatrale che, certamente, non è così castigata, ma le provocazioni servono a questo, a indurre una reazione. Allora non fossilizziamoci sulla nudità, ragioniamo sul quadro che abbiamo davanti.

 

 

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