Trent’anni dopo gli eventi e trentacinque anni dopo l’uscita del primo Blade Runner di Ridley Scott, arriva nelle sale italiane Blade Runner 2049, con la regia di Denis Villeneuve .

Avevamo lasciato il cacciatore di taglie Rick Deckard (Harrison Ford) fuggire con la replicante Rachael (Sean Young) in un romantico finale. Così nel tempo trascorso ci siamo chiesti come è andata la loro storia d’amore e se Rachael, come gli altri modelli Nexus 6, ha avuto una breve prospettiva di vita.

L’opera di Denis Villeneuve risponde a questi interrogativi aggiungendo dettagli che ci conducono a ripensare alle leggi della vita e della morte e all’evoluzione.

I replicanti sono macchine create dall’uomo e in quanto tali differiscono per mancanza di sentimenti e di un’anima. Per loro non c’è credo, religione, divinità, né possibilità di interrogarsi sull’aldilà.

Questo è quello che hanno pensato i loro ideatori e la società che li accolti. Eppure qualcosa è sfuggita di mano agli uomini, perché l’evoluzione sembra non volersi arrestare e a chi viene data la vita viene data anche la possibilità di sviluppare una coscienza.

Dopo la rivolta dei Nexus 6 la Tyrell Corporation mette sul mercato dei nuovi modelli su cui l’uomo ha un maggiore controllo, che non mentono, più fedeli e leali quindi: i Nexus 8.

Loro sono i veri protagonisti, pienamente integrati nella società, con compiti importanti e grandi responsabilità. Quello che hanno cercato di fare i creatori è eliminare ogni traccia di volontà personale, di ricerca egoistica per mettere al servizio della comunità le loro potenzialità. Il loro obiettivo è stato quello di tenere una certa distanza tra l’uomo e la macchina, per mantenere i ruoli di padrone e servo. Per riconoscere se stesso l’essere umano ha bisogno di sapere cosa è diverso. Ma, appunto, se l’uomo non riuscisse a controllare la vita e questa fluisse da sola, come possiamo distinguere cosa è umano da ciò che non lo è?

Dopo Arrival il regista Denis Villeneuve continua a proporre allo spettatore la possibilità che ci siano altre forme di vita oltre la nostra e che l’uomo dovrebbe preoccuparsi di più a costruire e non a distruggere, a legarsi con gli altri e fortificare la propria comunità per non essere spazzato via dall’evoluzione inesorabile della natura.

Queste riflessioni si snodano lungo una storia investigativa molto concreta e pragmatica: la vicenda del Blade Runner K, interpretato da Ryan Gosling.

La qualità di questo attore è di lavorare sui dettagli espressivi, mostrandosi come terra vergine che nel corso del film si plasma o in questo caso si frantuma. Lo spettatore può entrare nel suo sguardo generoso per scoprire insieme a lui, come è la prima volta, le emozioni che si provano.

L’agente K, tutto d’un pezzo, viene sconvolto dal caso che sta seguendo, intrecciandosi questo alla sua esperienza personale. Proprio quando vengono a mancare le certezze, ecco che avviene una metamorfosi, ecco che esplode l’umanità, spesso rintracciabile nella fragilità, nell’errore e nel come si pone rimedio a esso.

A condizionare il Blade Runner è un altro fattore: l’amore. Oggigiorno si discute molto su chi siamo e chi possiamo amare: asessuali, omosessuali, transessuali, infondo sono solo persone che vogliono essere libere di amare e di essere felici. Allora chi siamo noi per poter stabile come funzionano i sentimenti? Solo chi ama può capire e l’agente K impara a farlo, con una creatura eccezionale. Se poi il loro sentimento sia autentico o lei sia programmata per farlo credere poco importa, dato che lui sente il suo amore e agisce per difenderlo.

Se si comprende questo si entra pienamente nella pellicola, dove ognuno cerca di difendere il proprio amore, che può essere un’idea, un affetto, un progetto o il proprio lavoro.

I personaggi si scontrano tra loro fino all’ultimo respiro per proteggere il proprio mondo, per poi lasciar scoprire allo spettatore che non serve. In realtà sono dalla stessa parte e non lo sanno e questo è il grande limite che ci condanna, la volontà di fare a modo nostro, contro tutti, quando invece potremmo fare le cose insieme e farle meglio.

Dobbiamo ancora evolvere e speriamo che l’arte ci aiuti a capirlo, come ha fatto Blade Runner 2049, con la poetica visiva delle sue inquadrature, la colonna sonora che sospende il tempo e il talento dei suoi tecnici e artisti.

 

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