Qual è il segreto per un film, che è una storia d’amore gay, per essere così universale? Inoltre è un film sulla famiglia?

Luca Guadagnino: Innanzitutto non penso che sia un film su una storia d’amore gay. Penso che sia il film sull’aurora di una persona che diventa un’altra persona.

Mi piace pensare anche che sia un film sul desiderio che non conosce definizione di genere. Infine sì, è un film sulla famiglia. Ho molto pensato che questo potesse essere il primo passo verso un canone “disneyano”, per cui intendiamo un certo tipo di racconto emotivo in cui il gruppo familiare è il luogo in cui ci si migliora a vicenda. Pensando a uno degli ultimi casi disneyani La Trilogia di Toy Story: cos’è se non un gruppo di misfits, che fanno un tessuto connettivo che li rende una famiglia unica, per cui possono stare per sempre insieme.

Gli attori allora si sono sentiti dei protagonisti disneyani?

Timothée Chamalet: Chiaro che io faccio solo film disneyani. Per carità, è una battuta. Però si potrebbe dire che infondo c’è una parte di verità. Sopra ogni cosa mi ha attirato la possibilità di lavorare con Luca, perché già è raro per un attore della mia età poter interpretare ruoli di questo genere, ma lo è ancora di più se questo significa lavorare con straordinari registi che hanno già alle spalle un corpus significativo. Per quanto riguarda però il riferimento disneyano, infondo capisco in che cosa possa consistere questa riflessione, perché infondo l’ispirazione può essere definita così. Però come attore il mio compito è di rendere semplicemente giustizia al personaggio e alla storia in modo che siano veritieri, essere quindi aperto all’esperienza, non sentirsi vulnerabile nei confronti del personaggio, soprattutto pensando che questo è un libro che ha avuto un enorme successo in tutto il mondo. Allora era importante per me rendere giustizia al libro e al personaggio.

Questo è un film sulla scoperta della sessualità a 360 gradi, quindi volevo sapere dai due protagonisti se l’hanno interpretata e vissuta anche in questo modo. Poi riallacciandomi alla famiglia, i genitori mostrano un’apertura mentale che oggi la sogniamo. Cosa ne pensate?

Timothée Chamalet: Sì mi trovo assolutamente d’accordo con questa affermazione. Ne parlavo con un regista, per me il monologo del padre alla fine del film è un modo per affrontare l’amore e come dobbiamo rapportarci anche al nostro istinto: all’amore e alla sessualità. Questo regista invece mi ha detto che quel momento per lui rappresenta il dolore e come gestirlo e ripensandoci penso che effettivamente abbia ragione, anche perché quella scena conclusiva è quella che ho più amato dal momento in cui ho letto il libro. Ho avuto il piacere di ritrovare la copia (comprata 5 anni fa) e avevo sottolineato proprio le parole pronunciate dal padre. Perché quello per me è il momento più potente dell’intera storia che ci insegna che avere il cuore a pezzi, provare sofferenza e dolore non richiede che si aggiunga un livello ulteriore di malessere. Sentirsi male va bene, sarebbe stupido e inopportuno sovraccaricarlo.

Luca Guadagnino: Secondo me l’utopia è la pratica del possibile, quindi questa famiglia esiste e comunque se Elio è all’aurora della sua vita, l’83 rappresenta il tramonto di un’epoca. Il risultato lo vediamo ancora oggi secondo me. Quindi forse quella capacità di essere così aperti a livello intellettuale ed emotivo, che la generazione degli anni ’70 ha portato con sé, si è trasformato in una sorta di disarticolazione, quindi sembra così strano che ci siano dei genitori che abbiamo la capacità di trasmettere al figlio il sapere, anche emotivo. 

Questa è la vera ragione per cui ho deciso alla fine di fare questo film.

Guadagnino, come costruisce le sue scene e come lavora con gli attori?

Luca Guadagnino: Ho imparato nel tempo che la cosa più importante è il movimento del quadro all’interno del quadro, ovvero i movimenti dei singoli elementi che lo compongono. A partire dall’umano che si muove nello spazio. Ho imparato che a me piace, insieme agli attori, dimenticare la sceneggiatura e ricominciare daccapo e insieme tessere la tela della sequenza della scena. Ma quella è una prima fase, poi arriva la fase più importante per me, che è quella del montaggio, con il mio caro amico Walter Fasano, con cui lavoriamo ormai da quasi 30 anni. Questo è il momento in cui facciamo in modo che questa tela che si è cominciata a tessere sul set venga esaltata al massimo. La verità del lavoro degli attori viene portato fuori e reso  scintillante. Poi io e Walter abbiamo una particolare passione per un certo tipo di immaginario decostruttivista, quindi ci piace la dissonanza più che l’assonanza e forse è una sorta di ricerca che ci portiamo avanti da tempo: quella di provare a creare un’armonia nella dissonanza. Una cosa un po' complicata, ma il privilegio è di riuscire a fare i film che vogliamo fare. Non ricordo, a parte l’esperienza di Melissa P., di aver mai avuto alcun tipo di controllo sul montaggio dei miei film. Credo che questa sia la condizione principale del mio lavoro, oltre al desiderio che devo provare a lavorare con gli attori, ovvero non fare mai un film in cui c’è un attore prima di me.

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