“Hai mai denunciato il tuo padrone”? ha chiesto l’attore Matteo Paino al suo pubblico e nessuno ha annuito. Lo ha chiesto scendendo dal palco, persona per persona, sul finire dello spettacolo.

Un unico attore per interpretare le voci kafkiane dei due impiegati H1 e H2 e dei padroni, per raccontare in termini grotteschi la situazione della sanità italiana e più in generale del lavoro.

Il lavoro che non c’è e quando si trova bisogna scendere a compromessi, quali e quanti? Tanti, fino a non farsi più domande, fino a diventare complici della corruzione. Un impiegato è pezzo della macchina, un braccio che esegue e non pensa, più è diligente e più la macchina funziona. L’impiegato muove l’ingranaggio ma non sa cosa sta innescando e quando lo scopre sono due le scelte, ignorare o ribellarsi.

Matteo Paino, in tuta da operaio sbuca da dietro una tavola, per raccontarci la storia di due pezzi dell’ingranaggio, H1 e H2, nell’ufficio di un ospedale. Devono sistemare e compilare documenti, accorgendosi giorno dopo giorno degli errori sanitari. Articoli di giornale vengono proiettati alle sue spalle, di medici che operano l’arto sbagliato, di pazienti che vengono rimandati a casa senza cure, di un sistema che fallisce nascondendo i suoi errori. Ne prendono coscienza, ma la paura dei padroni è troppa e non sanno che fare. Sembrano gli ultimi superstiti ad avere una coscienza, soli non sono in grado di cambiare nulla. Il potere si regge sulla paura e sulla mancanza di informazione, con l’illusione di dare un benessere diffuso. Il lavoro è un benessere, il lavoro che serve a vivere chiede in cambio la vita però, svuota l’uomo della propria coscienza, lo isola dagli altri e lo fa sentire fragile e insignificante.

L’impiegato H più maturo prova a parlare, a portare in luce ciò che ha scoperto, ma non può ottenere nulla, solo il licenziamento. Allora l’altro ha ancora più paura e si convince che nella zelanteria regna il suo successo e ottiene finalmente una promozione. Sconfinato in un ufficio vicino le macchine motrici, dove fa un caldo infernale deve costruirsi un mondo illusorio. Quando la realtà non si riesce ad affrontare non resta che inventarsene una nuova, in questo paesaggio onirico canta e suona la chitarra.

La regia di Vania Castelfranchi racconta per frammenti, creando dei personaggi bizzarri, delle maschere che fanno ridere nella loro forma, ma al contempo straziano le loro parole. Piano piano entriamo nella mente degli H e capiamo che siamo noi, nella sofferente incapacità di ribellarci, nella paura di fare la mossa sbagliata, nell’inconsapevolezza del nostro valore di esseri umani.

Allora la domanda non è quante volte abbiamo denunciato le ingiustizie, ma quante volte le abbiamo riconosciute.

 

 

 

 

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