Durante una calda serata di primavera, all’arci Ohibò a Milano, un allegro fiume di giovani ha partecipato all’ultima data del tour de L’officina della camomilla.

Un progetto nato nel 2008, strumentale, realizzato da Francesco De Leo. L'idea di creare una band è arrivata nel 2010 e da lì in poi i cambi di formazione si sono susseguiti senza sosta.

Rappresenta una realtà indie non particolarmente promossa. La musica indipendente italiana infatti, oggi, è conosciuta da un pubblico sempre più vasto. Gruppi che soltanto un anno fa realizzavano concerti con 200 spettatori ora riempiono palazzetti che contengono 12000 persone.

A Francesco di Leo non interessa tutta questa popolarità. Quando il leader del gruppo sale sul palco sembra nel suo habitat naturale ed è istintivo ascoltarlo. I suoi dubbi interiori paiono trovare una risposta tra una nota e l'altra e i suoi testi, spesso definiti incomprensibili, risuonano limpidi e trasparenti nelle orecchie degli ascoltatori. Il suo flusso di coscienza alla Joyce è spontaneo, non ha né freni né limiti.

Al tempo stesso però le canzoni de L’officina non sono soltanto un susseguirsi di pensieri, ma hanno invece, alla base, una ricercata cura stilistica, ma soprattutto contenutistica.

Raccontano storie di personaggi sconosciuti ai più e uniscono immagini di vita quotidiana​ a buffe storie d'amore.

Sabato sera a pezzi storici come Un fiore per coltello o Senontipiacefalostesso si sono alternati canzoni più recenti come Mademoiselle burqa. Quest’ultima, sussurrata da agitati spettatori, è di una dolcezza disarmante e mostra e smonta, come solo L’officina sa fare, tutti quei luoghi comuni dietro cui l’uomo si nasconde.

Durante l'ultima canzone Francesco de Leo ha fatto salire inaspettatamente tutto il pubblico sul palco. Anime e corpi hanno saltato all'unisono sorridendo, si sono mescolati e sono poi svaniti in un fragoroso applauso.

 

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