La Compagnia PolisPapin si è divertita a giocare con la fiaba, quella vera, cruda e terribile di Basile. Prima che arrivasse la Disney e la cultura postbellica, le fiabe mettevano in guardia i bambini spaventandoli.

Così La bella addormentata non veniva salvata da un principe azzurro, ma violentata nel lungo sonno e svegliata dalla nascita di due gemelli e il suo nome era Sole, Luna e Talìa. Il re che si macchia dell’atto ignobile, si innamora della giovane Talìa, suscitando l’invidia della regina. Così quest’ultima ordina di prendere i bambini, Sole e Luna, e darli in pasto al consorte e poi chiamare la giovane per ucciderla.

Arriva allora il lieto fine: il re interviene, la giovane viene salvata e sposata, la regina imprigionata e i bambini sono stati salvati dai servi commossi da pietà.

Una storia che fa rabbrividire, imprimendo l’ammonimento bene in mente: il talento di Gianbattista Basile e del suo Lo cunto de li cunti.

Cinzia Antifona, Valentina Greco e Francesca Pica lavorano sul lato grottesco della storia, traducendolo in teatro con un linguaggio simbolico.

Se l’inizio mette alla prova gli spettatori, soprattutto se non conoscono già la storia, una volta entrati dentro si rimane incantati.

I personaggi sono affidati a giro alle tre attrici: il re, la regina e Talìa. A turno sono anche narratori della storia e personaggi secondari, le fate/streghe e i servitori. Ciò disorienta e rallentata la comprensione del pubblico, ma una volta comprese le regole del gioco è tutto più facile.

Le PolisPapin già indirizzate all’uso del dialetto, restituiscono a Basile il suo linguaggio naturale: il napoletano, con aggiunte di siciliano. Questo aiuta a rendere i personaggi più grezzi e concreti, a riportare lo spettatore nell’uso e nella tradizione antica, a stretto contatto con la magia e l’innaturale.

Le fate sono delle streghe, piccole, con delle mantelle di lana e maschere che le attrici poggiano sulla testa, con lo sguardo basso, privandole degli occhi. Camminano in ginocchio per sembrare più piccole e ricurve, inquietano e incuriosiscono. Sono loro ad aiutare Talìa a partorire e poi cantano in coro con un tono basso e gracchiante.

Sono questi gli elementi magici e incantevoli di cui si veste lo spettacolo, con la grande capacità mimica e vocale delle attrici e una scenografia funzionale e sorprendente (Domenico Latronico).

Il castello è una cabina di legno, con davanti la sedia su cui cadrà Talia dopo essersi punta e una ruota che gira le immagini del sole e la luna.

Nell’ultimo atto, quando la regina decide di vendicarsi, questa diventerà una grande clessidra con davanti l’orologio. Bastano pochi elementi e dei buoni narratori per permettere alla fantasia di portarci altrove. Questo garantisce il successo della prigionia di Talìa nella clessidra che per la concavità del vetro la trasforma e rende plausibile la tortura inflitta dalla regina.

Anche i costumi sono degli ottimi elementi: una base nera, che spostata diventa il costume da regina. Una gabbia/gonna per Talìa, in cui si è insinuato il re per stuprarla. Insieme agli oggetti: il falco robotico del re e la rosa meccanica e famelica della regina.

Alla fine la storia viene ricapitolata dalla compagnia invitata alla festa di nozze, il metateatro simile all’Amleto, per aiutate gli spettatori che hanno perso qualche passaggio.

Questa è stata la prima, lo spettacolo mostra tutto il suo potenziale e la sua competenza tecnica, con un po' di rodaggio insieme al pubblico riuscirà sicuramente a trovare il ritmo giusto, più scorrevole e dinamico.

Intanto vi potete divertire a vedere tre attrici con una profonda consapevolezza della scena, che la attraversano di lungo e largo, e con una grande passione per il teatro che le permette di trasformarsi di ruolo in ruolo, di voce in voce, di corpo in corpo.

 

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