Toghe Rosso Sangue è lo spettacolo tratto dal libro del giornalista Paride Leporace, andato in scena per la prima volta nel 2010, con la regia di Francesco Marino e il testo di Giacomo Carbone.

Le notizie conquistano la scena televisiva per qualche giorno per poi scomparire del tutto, come se non fosse mai accaduto niente. Nell’oblio sono caduti i 29 magistrati scomparsi in Italia, qualcuno però ancora li chiama per nome, ancora ricorda chi erano e cosa facevano.

Per ricordarli, per continuare a farsi domande, per non lasciare soli i loro familiari nasce questo spettacolo con Francesco Polizzi, Emanuela Valiante, Diego Migeni, Sebastiano Gavasso.

A distanza di 7 anni Toghe Rosso Sangue torna in scena prima al Teatro Vignoli di Roma, l’8 e 9 aprile, poi al Teatro Argentina il 12 aprile.

Per saperne di più abbiamo sentito l’attore Sebastiano Gavasso, di seguito l’intervista.

 

Deliradio: Come è nata l’idea di portare il libro di Leporace in teatro?

 

Sebastiano: Il regista, Francesco Marino, conosceva Paride Leporace attraverso il gruppo calabrese Les Enfants Terribles, così ha avuto modo di leggere il libro. Quindi lo ha fatto leggere anche a me, che sono sempre stato interessato agli anni di piombo. Abbiamo deciso di farlo, coinvolgendo gli altri attori e chiedendo a Giacomo Carbone di farne una versione drammaturgica.

La prima andata in scena è stata a Roma nel 2010, dopodiché lo spettacolo ha girato per diversi anni per l’Italia.

Ci siamo fermati quando la compagnia ha avuto diversi problemi economici, lo spettacolo è stato accantonato. Finché nel 2015 non è scomparso il magistrato Fernando Ciampi. Era il 9 aprile e ieri cadeva la ricorrenza dei due anni. Abbiamo così deciso di riportarlo in scena, aggiungendo due monologhi, alla chiamata del direttore artistico del nuovo Teatro Sala Vignoli.

 

Deliradio: Come avete adattato il testo alla scena?

 

Sebastiano: Citiamo le 29 storie, ma non era possibile raccontarle tutte, così ne abbiamo scelte alcune che ci guidassero.

Iniziamo con Agostino Pianta perché nel 1969 un detenuto, andato in carcere per un errore giudiziario, quando esce uccide il primo giudice che incontra. Ci spostiamo poi a Milano nel 1979 con Emilio Alessandrini giustiziato da Prima Linea (gruppo di sinistra) e a Milano con Mario Amato, vittima dei NAR (estrema destra). Nell’83 raccontiamo la prima indicazione forte della ‘ndrangheta calabrese nel Piemonte, con la morte di Bruno Caccia a Torino. Poi è la volta della Sicilia con Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia. Arriviamo infine a Paolo Adinolfi nel 1994, ancora scomparso. Anche la tv si era interessata al caso (Chi lo ha visto?), ma passato del tempo non se ne è più parlato. Il figlio Lorenzo Adinolfi è venuto a vederci, è per lui e gli altri famigliari che lo facciamo.

Siamo quattro attori con quattro sedie, una scena essenziale e una recitazione asciutta.

 

Deliradio: Avete preso spunto da altri libri o film per creare i vostri personaggi?

 

Sebastiano: Abbiamo approfondito le conoscere in molti libri, alcuni sono fuori produzione e li ho recuperati attraverso le biblioteche o me li sono fatti mandare dalla Calabria.

Ci è stato di grande supporto Paride Leporace che per scrivere il suo libro si è molto documentato.

Il mio personaggio Marco Donat Cattin è presente nel film La Prima Linea (con Riccardo Scamarcio), ma viene giusto accennato, se ne parla poco e questo mi ha incuriosito ancora di più a raccontarlo.

 

Deliradio: Vi siete basati solo sui fatti o avete provato a spingervi oltre?

 

Sebastiano: Per rispetto delle vittime ci siamo rifatti alla cronaca, parliamo di personaggi davvero esistiti e ahimè davvero morti, c’è poco da drammatizzare. Si è andato a drammatizzare invece sulla vicenda di Borsellino, perché in quel caso si parla di eventuali interferenze da parte di alcuni organi corrotti dello Stato. Sono però delle supposizioni perché non possiamo sapere se tutto questo è accaduto. Nel momento in cui si sono volute ricordare alcune ipotesi abbiamo cercato di raccontare una possibile verità. Poi la bellezza del teatro è proprio questa, che ti da la possibilità di sperimentare in questo senso le diverse tipologie interpretative e anche in fase di scrittura ti da la possibilità di porti alla ricerca della verità o vedere in che modo la verità può essere portata al pubblico. Poi c’è una verità scenica e una effettiva.

 

Deliradio: Affrontare questi temi e toccare punti delicati vi ha spaventato?

 

Sebastiano: Sinceramente no, anzi questa è stata proprio la molla che ci ha mosso di più. Il limite di queste storie è che se ne è parlato molto poco, spesso si ha avuto anche paura di parlarne. Ecco: questo è stato un motivo di orgoglio. Sapere che si stava facendo il bene delle vittime, persone che non hanno avuto la possibilità di vedere le storie dei propri parenti approfondite o comunicate dalla televisione o dagli altri mezzi come meritavano di essere.

Non è la prima volta che facciamo spettacoli di inchiesta di questo genere: c’è stato Marco Pantani e la corruzione all’interno del calcio.

Più che metterti paura ti aiutano a togliere un po’ di polvere che si è voluta utilizzare proprio per non parlare di queste storie.

 

Deliradio: Cosa senti di aver imparato a livello personale?

 

Sebastiano: Quello che ci ritorna di più è il rapporto con i famigliari delle vittime. Il teatro può essere civile, sociale e reale più della realtà, può smuovere delle cose che altrimenti sarebbe impossibile fare.

 

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